La Repubblica
Dall’offensiva militare contro Teheran all’attacco all’aeroporto di Dubai: cresce la tensione internazionale. Il ministro Crosetto costretto a rinviare la partenza. Preoccupazione per gli italiani presenti nella regione.
Dalla tensione diplomatica all’escalation militare
L’attacco all’Iran non è una guerra improvvisa. Esistono guerre preparate lentamente, normalizzate giorno dopo giorno, rese inevitabili da una diplomazia che smette di funzionare. Una politica internazionale che sceglie la forza quando perde la capacità di mediare. L’attacco contro l’Iran rappresenta esattamente questo punto di rottura: non un episodio isolato. Il risultato di un equilibrio mondiale ormai logorato.
Da anni il dossier iraniano è una miccia accesa. Il programma nucleare di Teheran, le sanzioni economiche occidentali, le tensioni con Israele, le guerre per procura in Medio Oriente: ogni tassello ha contribuito a costruire uno scenario esplosivo. I negoziati internazionali si sono progressivamente svuotati di contenuto, trasformandosi in rituali diplomatici senza reali sbocchi. Quando la politica smette di incidere, resta solo la strategia militare.
L’attacco all’Iran segna però qualcosa di più profondo: il passaggio definitivo da un mondo unipolare a uno apertamente conflittuale tra blocchi. Non è soltanto una crisi mediorientale. È uno scontro tra visioni dell’ordine internazionale.
Da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati, convinti che la pressione militare sia l’unico strumento per contenere l’espansione iraniana e prevenire una futura potenza nucleare regionale. Dall’altra Russia e Cina, che leggono l’operazione come l’ennesima dimostrazione di un Occidente disposto ad agire unilateralmente, aggirando i meccanismi multilaterali.
Mosca ha parlato apertamente di aggressione, Pechino ha invocato il rispetto della sovranità nazionale. Non si tratta solo di dichiarazioni diplomatiche: è la conferma di un asse politico sempre più compatto che utilizza ogni crisi per mettere in discussione la leadership occidentale.
In mezzo resta l’Europa. Ed è forse questo l’aspetto più evidente e, al tempo stesso, più inquietante della crisi.

L’Europa tra preoccupazione e prudenza dopo l’attacco all’Iran
Le capitali europee hanno reagito con appelli alla moderazione, richieste di dialogo, inviti alla de-escalation. Parole necessarie, certo, ma che mostrano ancora una volta l’assenza di una reale autonomia strategica europea. Francia, Germania e Italia si trovano a commentare eventi che incidono direttamente sulla loro sicurezza energetica, economica e migratoria senza avere un ruolo determinante nelle decisioni che li generano.
L’Europa teme le conseguenze — aumento del prezzo dell’energia, instabilità regionale, nuove crisi umanitarie — ma continua a non incidere sulle cause.
La posizione dell’Italia dopo l’attacco all’Italia
La posizione italiana riflette questa condizione: prudenza diplomatica, attenzione agli equilibri NATO, richiesta di ritorno al dialogo. Una linea comprensibile, ma che evidenzia il limite strutturale della politica estera europea, spesso costretta a inseguire gli eventi anziché anticiparli.
Nel frattempo il rischio reale è l’effetto domino. Ogni risposta iraniana può coinvolgere nuovi attori regionali, ogni reazione militare può trascinare potenze globali in un confronto sempre meno controllabile. Il Medio Oriente torna così a essere il baricentro delle tensioni mondiali. Mentre l’economia globale osserva con crescente preoccupazione rotte energetiche e mercati sempre più instabili.
Il punto centrale, però, è politico prima ancora che militare. La crisi iraniana dimostra che l’ordine internazionale nato dopo la Guerra Fredda non esiste più. Le istituzioni multilaterali faticano a mediare, le alleanze si irrigidiscono, la forza torna a essere linguaggio dominante nelle relazioni internazionali.
E quando la guerra torna a essere uno strumento ordinario della politica, il vero rischio non è solo il conflitto in sé, ma la sua progressiva normalizzazione.
Uno scenario sempre più fragile
Oggi il mondo assiste a un’escalation che tutti dichiarano di voler evitare, ma che nessuno sembra davvero in grado di fermare. E mentre le grandi potenze ridefiniscono i propri equilibri, l’Europa resta sospesa tra prudenza e irrilevanza strategica.
La domanda non è più se questa crisi cambierà gli equilibri globali.
La domanda è quanto l’Occidente — e soprattutto l’Europa — sia ancora capace di guidarli, invece di subirli.
Secondo il movimento Noi Forconi, nessuna guerra può essere considerata una soluzione politica, perché ogni conflitto lascia dietro di sé soltanto popoli più poveri, territori devastati e cittadini privati del diritto fondamentale alla pace e alla dignità.
